Giacomo Gazzari

Blog · Successione e passaggio

Come si prepara, davvero, il passaggio generazionale?

I dati dicono che a bloccarlo non sono quasi mai le questioni tecniche, ma le persone. Da dove si comincia, e con quanto anticipo.

In breve

Secondo i dati più recenti, a bloccare il passaggio generazionale sono quasi sempre le persone, non il fisco o le carte: il fondatore che non lascia, l'erede che non vuole, l'erede che vuole ma non è pronto. Servono anni, non mesi. E conta l'ordine: prima l'autonomia dell'azienda dal titolare, poi le persone, poi i conti, e solo alla fine gli strumenti giuridici.

Nei due articoli precedenti ho messo a fuoco due cose. La prima è che un'azienda che funziona perché ci sei tu vale meno di quanto credi, e si trasmette con difficoltà. La seconda è che tutto questo si può misurare: quanto vale l'impresa, e quanto è realmente pronta a cambiare mani. A quel punto, puntualmente, arriva la terza domanda, ed è quella che conta di più: bene, e adesso da dove comincio?

Questo articolo prova a rispondere. Non con una ricetta buona per tutti, che non esiste, ma con tre cose concrete: che cosa blocca davvero i passaggi generazionali, secondo i dati più recenti; quanto tempo serve; e in quale ordine conviene affrontare le cose. Anticipo la conclusione, perché è il punto dell'intero pezzo: ciò che fa fallire un passaggio quasi mai è una questione tecnica.

Quello che blocca davvero i passaggi

Per la prima volta abbiamo un dato italiano che scompone le cause del blocco, invece di limitarsi a dire che il passaggio generazionale è difficile. Lo fornisce l'Area Studi Mediobanca nella sua indagine sulle imprese manifatturiere del quarto capitalismo italiano, quinta edizione, luglio 2026, condotta su un universo di 4.350 imprese con 504 risposte pervenute. Alle imprese che non hanno completato il ricambio è stato chiesto perché. Le risposte, in ordine di frequenza: resistenza al cambiamento della generazione precedente, indicata dal 50,4 per cento; disinteresse degli eredi verso la gestione, 34,6 per cento; mancanza di competenze professionali degli eredi, 31,1 per cento; conflittualità tra troppi aspiranti alla guida, 14,5 per cento; eccessivo frazionamento delle quote, 11 per cento.

Una precisazione doverosa sul perimetro, come già nell'articolo precedente: il campione Mediobanca è fatto di medie imprese manifatturiere, tipicamente dai venti ai cinquecento milioni di fatturato, non dell'intero universo delle piccole e medie imprese italiane. Ma proprio per questo il dato è severo: parliamo delle aziende più strutturate, quelle che in teoria dovrebbero avere gli strumenti e i consulenti per gestire bene un ricambio.

Guardiamo ora i primi tre ostacoli. Uno è il fondatore che non lascia. Il secondo è un erede che non vuole. Il terzo è un erede che vuole ma non è pronto. Nessuno dei tre è un problema fiscale, notarile o contrattuale. Sono tutti problemi di persone, di organizzazione e di tempo. E hanno una caratteristica in comune: si risolvono solo lavorandoci per anni, non si risolvono in uno studio professionale in un pomeriggio.

In parole semplici

Il passaggio generazionale non si inceppa dal notaio. Si inceppa molto prima, quando chi comanda non riesce a mollare la presa, quando chi dovrebbe subentrare non ha voglia di farlo, o quando ne avrebbe voglia ma nessuno gli ha ancora insegnato a farlo. Gli atti e le carte servono, ma arrivano alla fine: se prima non hai risolto queste tre cose, gli atti fotografano un problema, non lo risolvono.

Si teme un ostacolo, ci si ferma su un altro

Qui c'è un contrasto che merita attenzione. La CNA, in un'indagine su oltre duemila imprenditori pubblicata il 26/04/2026, ha chiesto agli imprenditori quali fossero gli ostacoli al passaggio. In cima alla lista sono arrivate la burocrazia eccessiva, indicata dal 46,2 per cento, e la pressione fiscale, 44 per cento. La stessa indagine rileva che oltre l'ottanta per cento degli imprenditori sopra i quarant'anni ha già affrontato il tema della trasmissione, ma più della metà non ha avviato alcuna azione concreta, e che il tasso di successo della successione familiare si ferma al 63,7 per cento. La stima complessiva della CNA è di oltre un milione di piccole imprese a rischio nei prossimi anni per mancato ricambio.

Le due indagini non si contraddicono: campioni diversi, domande diverse, una chiede che cosa si teme e l'altra che cosa è successo davvero a chi ci è passato. Ma lette insieme raccontano qualcosa di preciso. L'ostacolo che si teme è esterno, il fisco, le regole, lo Stato. L'ostacolo su cui poi ci si ferma è interno, ed è dentro casa. Il primo è comodo perché non dipende da noi. Il secondo è scomodo per la ragione opposta.

Non è un'anomalia italiana. Una survey internazionale di Deloitte Global pubblicata l'08/07/2026 su 1.587 imprese familiari, senza un dato Italia disaggregato e quindi da leggere come riferimento di contesto, trova la stessa gerarchia: tra l'82 e l'89 per cento delle imprese dichiara di avere un piano di successione, ma solo circa la metà lo giudica realmente completo; la fiducia nella preparazione della nuova generazione si ferma al 37 per cento; e tra gli ostacoli principali compare, con il 32 per cento, la riluttanza dei leader attuali a cedere il controllo. Avere un piano e avere un piano che funziona, evidentemente, sono due cose diverse in tutto il mondo.

Quanti sono già in cammino

Il quadro di quanti hanno effettivamente iniziato è impietoso. Il Censis, nel quaderno di ricerca sul passaggio generazionale realizzato con la Fondazione Costruiamo il Futuro e pubblicato nel marzo 2026, elabora i dati Istat al 2022 e trova che in Italia l'81,8 per cento delle imprese non ha avviato alcun ricambio, l'8,1 per cento lo considera probabile entro cinque anni e soltanto il 9,1 per cento lo ha completato. Vale a dire che quattro imprese su cinque, oggi, non hanno ancora cominciato.

Nelle medie imprese la situazione è migliore ma non risolta. Sempre secondo l'indagine Mediobanca citata sopra, il ricambio risulta completato nel 33,3 per cento dei casi, in corso nel 14,5 per cento, programmato nei prossimi due anni nel 13,5 per cento, e non in programma nel 38,7 per cento. Un dettaglio dentro questo dato merita di essere letto con attenzione: dei passaggi completati, il 25,1 per cento ha portato a un amministratore delegato familiare e l'8,2 per cento a un manager esterno. Tre passaggi su quattro restano in famiglia, ma uno su quattro no. La strada del manager esterno non è più un'eccezione da manuale, è una possibilità reale che vale la pena mettere sul tavolo prima di scoprire, tardi, che in famiglia non c'è nessuno disponibile.

Quanto tempo serve

La risposta breve è: molto più di quanto si pensi. Confindustria Giovani Imprenditori, nel progetto GenerAZIONI 2026 presentato con comunicato del 09/03/2026, riferisce che il 72 per cento delle transizioni tra le imprese coinvolte è stato gestito con un affiancamento graduale tra chi lascia e chi subentra, e stima che quasi metà delle imprese familiari italiane vivrà un cambio generazionale nei prossimi dieci anni.

Affiancamento graduale è l'espressione chiave, e non è un dettaglio di metodo: significa anni, non settimane. Nella mia esperienza gli ordini di grandezza sono questi. Con cinque anni davanti si può fare un percorso completo, che comprende la formazione di chi subentra, il trasferimento progressivo delle deleghe e la sistemazione degli assetti. Con tre anni si ottiene un buon risultato, concentrandosi sulle due o tre criticità che pesano di più. Con dodici o diciotto mesi si può mettere in sicurezza l'essenziale, cioè evitare che l'azienda si fermi, ma non si recupera il valore che si è disperso negli anni in cui non si è fatto nulla. Sotto quella soglia non si prepara più niente: si gestisce un'emergenza.

I quattro cantieri, in ordine

Il primo cantiere è rendere l'azienda capace di funzionare senza di te. Significa mettere per iscritto ciò che oggi esiste solo nella tua testa, assegnare deleghe vere e non formali, e soprattutto intestare le relazioni all'impresa e non alla persona: il cliente importante deve conoscere anche qualcun altro, il fornitore strategico deve avere un referente che non sia solo tu. È il cantiere più lungo e quello che incide di più sul valore, per le ragioni spiegate nel primo articolo.

Il secondo cantiere sono le persone. Qui la domanda non è chi erediterà le quote, che è un problema semplice, ma chi guiderà l'azienda, che è un problema difficile. Se c'è un erede disponibile, va formato sul serio e va messo alla prova con responsabilità reali e visibili a tutti, perché l'autorevolezza non si trasferisce per atto notarile. Se l'erede non c'è, o non vuole, è meglio saperlo cinque anni prima e costruire per tempo l'alternativa, che sia un manager, un socio o una cessione ordinata.

Il terzo cantiere sono i conti e la trasparenza. Bilanci leggibili, contabilità che regge a una domanda scomoda, separazione netta tra il patrimonio della famiglia e quello dell'impresa, contratti e immobili in ordine. Non è un esercizio di forma: è esattamente ciò che un acquirente, una banca o un erede consapevole guarderà per primo, e ogni opacità, anche innocua, si traduce in una richiesta di sconto o in una garanzia in più che ti verrà chiesta.

Il quarto cantiere, e solo a questo punto, sono gli strumenti giuridici e gli assetti: patto di famiglia, holding, statuti e patti parasociali, governance societaria. Il patto di famiglia, in particolare, resta lo strumento d'elezione per il trasferimento generazionale dell'impresa, come conferma il documento della Fondazione Nazionale dei Commercialisti sui vent'anni dalla riforma, pubblicato il 27/07/2026, che ne ricostruisce l'evoluzione interpretativa anche sul piano fiscale. Ma va usato quando le tre risposte precedenti ci sono già. L'errore più comune che vedo è partire da qui: si va dal professionista, si firma un atto ben costruito, e ci si convince di avere risolto. L'atto cristallizza una situazione, non la migliora.

Non è soltanto un problema tuo

Vale la pena sapere che il tema è uscito dal perimetro delle conversazioni di famiglia. Il 22/06/2026 la Commissione Europea ha adottato una raccomandazione dedicata alla trasmissione delle piccole e medie imprese, la C(2026) 3799, che aggiorna quella ferma al 1994. Raccomanda agli Stati membri quattro cose: informazione, formazione e tutoraggio per chi affronta un passaggio; modernizzazione delle regole giuridiche, fiscali e successorie; strumenti digitali di preparazione e piattaforme che facciano incontrare chi cede e chi acquista; coordinamento tra i Paesi. È una raccomandazione, quindi non vincola nessuno, ma il segnale è chiaro anche per un imprenditore: a livello europeo si è capito che il nodo non è la cessione in sé, è la preparazione che la precede.

Da dove si comincia, concretamente

L'ordine che seguo, e che suggerisco, è sempre lo stesso. Prima la fotografia: quanto vale l'azienda oggi, quanto di quel valore dipende da te e in quali delle aree che ho descritto nell'articolo precedente sei più fragile. Senza questa base si lavora a sensazione, e si finisce per sistemare ciò che è già a posto. Poi la scelta dei due o tre cantieri prioritari, non di più: un piano con quindici punti non lo esegue nessuno. Infine, e soltanto infine, gli strumenti giuridici e fiscali che mettono al sicuro il risultato.

Il piano va scritto, con un responsabile e una data per ogni intervento, e va riletto una volta all'anno per verificare che cosa si è fatto davvero. Non perché serva un documento in più, ma perché un proposito senza data è un proposito che slitta, e in questa materia ciò che slitta di un anno alla volta finisce per non essere mai fatto.

Resta un ultimo punto, ed è quello che dà il senso a tutto il resto. Prepararsi non significa uscire. Il dato Mediobanca più citato in questo articolo, la resistenza al cambiamento della generazione precedente indicata da un'impresa su due fra quelle che non hanno completato il ricambio, nasce quasi sempre da un equivoco: si confonde il preparare il passaggio con il farlo. Sono due cose diverse e distanti anni. Si può lavorare per cinque anni a rendere l'azienda autonoma e restarne alla guida per tutto quel tempo, con più serenità di prima, perché si sa che l'impresa reggerebbe comunque. Chi si prepara non perde il controllo: è l'unico che, quando arriverà il momento, potrà davvero scegliere come e a chi lasciarla.

Rag. Giacomo Gazzari

Ragioniere Commercialista e Revisore Legale - ODCEC Prato n. 343/A

Via del Molinuzzo 83, Prato – giacomo.gazzari@gmail.com – www.giacomogazzari.it

Fonti e riferimenti

  • Area Studi Mediobanca, indagine sulle imprese manifatturiere del quarto capitalismo italiano, quinta edizione, luglio 2026 (perimetro: medie imprese manifatturiere).
  • CNA, indagine su oltre duemila imprenditori sul passaggio generazionale, 26/04/2026.
  • Deloitte Global, survey internazionale sulla successione nelle imprese familiari, 08/07/2026 (dato globale, senza disaggregazione per l'Italia).
  • Censis e Fondazione Costruiamo il Futuro, quaderno di ricerca sul passaggio generazionale, marzo 2026, su dati Istat.
  • Confindustria Giovani Imprenditori, progetto GenerAZIONI 2026, comunicato del 09/03/2026.
  • Fondazione Nazionale dei Commercialisti, «Il Patto di famiglia a vent'anni dalla riforma», 27/07/2026.
  • Commissione Europea, Raccomandazione C(2026) 3799 del 22/06/2026 sulla trasmissione delle piccole e medie imprese.

I dati sono riportati con l'ente, la rilevazione e la data. L'articolo non contiene valori riferiti a imprese specifiche.

← Tutti gli articoli

Da dove comincia la tua impresa?

Il Protocollo Attracco parte proprio dalla fotografia: quanto vale l'impresa oggi, quanto dipende da te, dove è più fragile. Poi indica i due o tre cantieri da aprire, con priorità e tempi. Si comincia da un colloquio esplorativo di trenta minuti, gratuito e senza impegno.